Di LUISA MORGANTINI*- PRIMADONNA – SPECIALE 8 MARZO - RASSEGNA SINDACALE n. 9/2009-
"Disperata, indifesa, impaurita e preoccupata come le altre donne qui a Gaza": chi mi scrive è Laila, un'attivista che ora lavora all'Unrwa e si occupa dei programmi per la promozione della partecipazione delle donne alla vita politica e sociale nella Striscia. Lo fa nella notte del 13 gennaio mentre l'aggressione israeliana procedeva indisturbata, fino a lasciare dietro sé oltre 1300 morti, più di 300 i bambini, circa 5000 i feriti che continuano a morire per la violenza e l'embargo.
"Da casa posso vedere il Nord della Striscia e anche il mare che è pieno di navi da guerra israeliane" mi dice Laila, che a Gaza city vive in un palazzo di 11 piani vicino ad Al Shifa, un ospedale che più volte ho visitato con il cuore devastato di fronte a quella crudeltà che avrebbe potuto lasciar morire i bambini nati prematuri a causa della carenza del carburante per le incubatrici che li tenevano in vita, perché l'assedio che ben prima delle bombe distruggeva e puniva collettivamente un milione e mezzo di civili a Gaza, impediva l'accesso di rifornimenti, medicine e altri beni di prima necessità, creando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti.
Laila e la sua famiglia sono stati risparmiati dall'operazione Piombo Fuso, dal fosforo bianco, dalle cluster bomb, dalle centinaia di freccette metalliche lanciate con violenza nell'impatto di micidiali ordigni e anche dalle bombe DIME che hanno lasciato migliaia di feriti palestinesi senza braccia, senza gambe, con disabilità permanenti, fisiche e psichiche, per sempre.
"Siamo fortunati" dice mentre tenta di descrivere l'orrore di quei giorni "ma essere bersagli della morte ogni secondo è un sentimento inimmaginabile. Un'esplosione ogni sette secondi. Da settimane nessuno dorme, rimaniamo in ascolto delle bombe e dei missili che sfiorano le nostre case e quelle dei nostri amici con l'impotenza di non poter fare niente. Quando c'è la corrente elettrica, accendiamo la radio e veniamo a sapere della gente che muore ovunque, di migliaia di persone, bambini, anziani, donne e uomini rimasti senza casa. Quando l'elettricità manca, al buio, ci stringiamo al lume delle candele".
Mentre scrive, la casa di Laila trema per una forte esplosione poco lontano. "Una vita orribile" aggiunge "Questa notte è la peggiore da sempre. Se chiudi gli occhi non puoi dormire dagli incubi. Una donna che ho ospitato è scoppiata a piangere chiedendomi scusa per il suo odore: provava vergogna perché non si era mai trovata nella condizione di non poter fare una doccia e ora era l'unica cosa che desiderava fare".
Da Gaza il grido di disperazione è sempre lo stesso. Oggi i valichi continuano ad essere aperti 'a singhiozzo' dalle Autorità Israeliane. Le Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie denunciano che Israele impedisce l'ingresso di più del 50% del minimo fabbisogno quotidiano necessario alla popolazione stremata. Persino la pasta e i datteri vengono respinti ai valichi. I tunnel al confine egiziano, attraverso cui si svolgeva anche il contrabbando di armi, ma che alimentavano un'economia sommersa di sopravvivenza per la gente della Striscia da anni sotto embargo, sono stati e continuano ad essere bombardati.
Senza una soluzione politica che porti stabilità, sicurezza e pace, tutto l'aiuto umanitario del mondo non sarà mai sufficiente ad alleviare le sofferenze umane alle migliaia di feriti gravi -che nei casi più fortunati verranno curati negli ospedali all'estero, ma che per la gran parte si vedranno negare il permesso di uscire dalla Striscia per 'motivi di sicurezza'- così come ai circa 350.000 giovani che – secondo il Gaza Mental Health Program- convivranno per sempre con gravissime conseguenze psicologiche e traumi indelebili.
Incluse le donne che a Gaza sommano la tragedia della guerra e il dolore per i loro lutti, ad una progressiva restrizione delle libertà personali e politiche dovuta principalmente al deterioramento della situazione nei Territori Occupati a partire dal 2002 e alle operazioni militari israeliane ma anche alla crescita del potere religioso che tenta di fare arretrare, spesso riuscendoci, il lavoro di diverse associazioni femminili che molte volte ho incontrato e seguito nel loro lavoro quotidiano per l'emancipazione, l'empowerment, la partecipazione attiva alla resistenza non violenta per la creazione del proprio Stato e alla determinazione in una società che vogliono contribuire a creare, protagoniste delle loro vite e delle loro scelte.
La seconda Intifadah con la sua deriva militare ha in realtà fatto arretrare le battaglie e le conquiste che le donne palestinesi hanno realizzato in tanti anni, molte delle donne attive nella prima Intifadah si sono ritirate, la presenza delle donne con tanti lutti e tanti morti è tornata ad essere per molte, quella del lavoro di cura, curare i feriti, occuparsi dei prigionieri, cercare di sopravvivere.
A Gaza, con la presa del potere da parte di Hamas e con il blocco economico la situazione per le donne si fa peggiore, lo sanno molto bene le donne del Women Affair Center - tra cui anche Nayla Ayesh premiata nella valle d'Aosta come donna dell'anno con il suo centro e il lavoro di promozione della partecipazione delle donne- o il centro The Culture and Free Thought Association di Khan Yunis, fondato nella prima Intifadah dai diversi gruppi politici delle donne chiuso e poi riaperto da Hamas.
In tutto ciò anche noi europei e rappresentanti della Comunità Internazionale portiamo una clamorosa e bruciante responsabilità avendo contribuito a sprecare più di un'occasione per la pace.
Avremmo potuto aiutare Hamas ad essere pienamente nell'arena democratica, invece di non riconoscere il governo liberamente eletto, invece di boicottare la proposta dei Prigionieri Politici, in primis Marwan Barghouti, di un governo di unità nazionale con tutte le fazioni palestinesi, e invece di appoggiare questo assedio criminale contro i civili di Gaza. Avremmo potuto dare il nostro contributo e lavorare per l'unità politica e territoriale palestinese, invece di assecondare l'imperativo israeliano del dividi et impera alimentando la lacerante spaccatura Fatah e Hamas. E infine avremmo potuto sostenere con più forza tutte quelle donne e tutti quegli uomini, sia in Israele che in Palestina, che gridano al mondo che distruggere la logica del nemico e della vendetta è possibile oltre che necessario, che si può farlo solo garantendo diritti e dignità per tutte e tutti, solo ponendo fine all'occupazione militare israeliana, agli insediamenti e all'assedio di Gaza. Con l'acutizzazione del conflitto, con il muro che impedisce di vedersi, i rapporti si sono incrinati anche tra le donne e le reti che si erano costruite in questi anni. E' difficile che le donne di Ramallah possano raggiungere quelle donne di Tel Aviv o di Gerusalemme: i muri, i check point sono là a dividerle e anche le relazioni con le Donne in nero italiane non sono più così fitte come un tempo.
Va contro questa tendenza l'IWC International Women's Commission prima Commissione di palestinesi, israeliane e internazionali, della quale anch'io faccio parte, nata, sotto l'egida dell'UNIFEM, dalla risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza ONU, per la piena partecipazione delle donne nei negoziati, formali ed informali per una pace basata su principi di uguaglianza tra i generi, diritti umani delle donne, diritti umani internazionali e leggi umanitarie per la stabilità, democrazia e prosperità nell'intera regione, fuori dall'unilateralità e dal militarismo. Tra le palestinesi ci sono personalità come Hanan Ashrawi o Zahira Kamal, ma anche militanti come Hania Bitar o Nayla Aysh; tra le israeliane parlamentari come Naomi Chazan e militanti come Debbie Lerman e Molly Malekar: tutte insieme contro operazione Piombo fuso, così come già nella guerra del Libano, chiedevano con forza un durevole cessate il fuoco.
La nostra solidarietà alle donne palestinesi di Gaza e della Cisgiordania è essenziale, molte volte incontrandole ci hanno detto di quanto importante sia per loro non sentirsi sole e la loro forza è anche la nostra: le abbiamo viste nel Centro Al Mehwar a Beit Sahour –un centro bellissimo a Betlemme, finanziato anche dalla cooperazione italiana. Donne, che pur sotto occupazione militare riconoscono e lottano per la liberazione, donne che hanno subito violenza, principalmente domestica, che sono state abusate, ch hanno vissuto storie veramente terribili e tragiche, dallo stupro alla tortura, eppure continuano a lottare contro un sistema patriarcale e l' occupazione israeliana.
Abbiamo il dovere di denunciare ogni illegalità, l'occupazione militare, il muro d'Apartheid che confisca le terre in Cisgiordania e divide Palestinesi da Palestinesi, l'espansione coloniale. E al tempo stesso abbiamo la responsabilità di sostenere le donne di Gaza e i loro diritti, denunciando con capacità di critica e onestà intellettuale ogni politica repressiva o patriarcale venga essa da Hamas o da Fatah.
Dobbiamo farlo insieme, come donne cittadine del mondo, per il futuro di Gaza e di ragazze come Amira, 15 anni, che a Tel al-Hawa ha vissuto i giorni più duri di Gaza City e oggi è in un letto d'ospedale con una gamba ingessata e tenuta insieme da un chiodo d'acciaio conficcato in profondità nella carne. Per molti giorni dopo l'operazione Amira non ha parlato e ora lo fa solo con un sospiro. Nel suo passato ci sono ricordi atroci: padre e fratello e sorella adolescenti uccisi dalle bombe sotto i suoi occhi e lei che per tre giorni rimane sola, ferita e semi-cosciente, prima di poter finalmente essere salvata. Nel suo futuro c'è una lunga convalescenza, molte altre operazioni, mesi di riabilitazione e cure psichiatriche, ma il suo sogno è di diventare avvocato e "portare un giorno gli Israeliani in tribunale perché rispondano dei crimini che hanno commesso". Spero che Amira riesca e sia in compagnia di una giovane collega israeliana, unite, come tante donne in Palestina e Israele, nella ricerca della verità e della giustizia: il mondo e la pace hanno bisogno degli sguardi di queste donne capaci di vedere oltre.
* Vice Presidente del Parlamento Europeo
Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
lunedì 9 marzo 2009
giovedì 15 gennaio 2009
Gaza, due ore all'inferno.
di Luisa Morgantini * IL MANIFESTO 14 GENNAIO 2009
Poco più di due ore ma sono bastate per vedere la distruzione e la desolazione della gente di Gaza. Con 8 parlamentari europei e un senatore del Pd, siamo stati gli unici rappresentanti politici ad essere entrati nella Striscia da quando è iniziato l'attacco israeliano.
Siamo entrati attraverso il valico di Rafah grazie alla indispensabile collaborazione dell'Unrwa e delle autorità egiziane e forzando la volontà di quelle israeliane che hanno respinto la nostra richiesta. Colpi di cannone e bombe sono cadute vicino la sede dell'Onu in cui ci trovavamo, malgrado ci fosse una tregua di tre ore. Non rispettata. CONTINUA|PAGINA12
Così come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, respinto da Israele e da Hamas.
«Tutti e due si dichiareranno vincitori ma siamo noi a morire»: è un uomo accasciato nel centro di raccolta degli sfollati dell'Onu, che ci parla. Responsabilità di Hamas, ma l'asimmetria, è innegabile. Israele continua da più di 40 anni ad occupare e colonizzare terra e popolo palestinese, con la forza militare e la violazione del diritto umanitario e internazionale: a Rafah ho visto esseri umani logorati dal terrore sfiniti dall'insonnia per due settimane di duri bombardamenti, di ricerche disperate di cadaveri tra le macerie e una fame antica quanto l'embargo che anche prima dell'operazione «Piombo fuso» soffocava e costringeva in una punizione collettiva i civili di Gaza. Sono attaccati dal cielo, dalla terra, dal mare, nessuno e niente può dirsi al sicuro.
Ed è la prima volta che persone bombardate non hanno dove fuggire, le frontiere sono chiuse, aspettano di morire. È ciò che mi ha detto Raed: «Ogni volta prima di cercare di dormire, bacio mia moglie sperando di ritrovarla il giorno dopo e di non morire sotto le bombe». Orrore e impunità: la scuola dell'Unrwa di Jabalia è stata centrata in pieno da un missile da dove non sparavano i miliziani di Hamas e lì sono morti 45 civili. Gli obitori sono stracolmi di cadaveri come le corsie di feriti con ustioni gravi provocate dal fosforo bianco e dalle armi Dime (sperimentali), usate in Libano - l'ammissione è di parte israeliana. Un medico ci dice che i malati cronici non vengono più curati: non ci sono medicine. A Gaza le madri assiepate a decine con i loro bambini in una piccola stanza ci guardavano disperate, con gli occhi persi nel vuoto, ci mostravano i figli ancora feriti e ci chiedevano «Perché?». L'Unrwa denuncia la mancanza di beni base necessari.
Israele non permette il flusso necessario di aiuti. Ma nulla e nessuno è al riparo dalla scelta di Israele di continuare nell'illegalità. Mentre si bombarda Gaza aumentano i coloni illegali in Cisgiordania e cresce il Muro che confisca terre e divide palestinesi da palestinesi. Continuare a tenere viva la speranza per il diritto ad uno Stato, sui confini del '67 con Gerusalemme capitale condivisa, è sempre più difficile. Come far assumere alla Comunità Internazionale le proprie responsabilità? Come far cessar il fuoco subito? Come convincere Israele che non può continuare a violare la legalità internazionale ma che deve iniziare ad ascoltare al suo interno le voci che chiedono pace, diritti e dignità per il popolo palestinese, unica via per la propria sicurezza? L'Unione Europea deve avere il coraggio e la coerenza di fermare il potenziamento delle relazioni e cooperazione con Israele, sopratutto quella militare.
Noi parlamentari europei lo chiederemo ancora una volta, insieme al cessate il fuoco da tutte e due le parti e a forze internazionali per proteggere i civili non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. E mi auguro che in Italia i movimenti sappiano capire che essere uniti è importante e che non si è per Israele o per la Palestina, ma per il diritto e la giustizia. Io continuo a stare con quei palestinesi ed israeliani che dicono «ci rifiutiamo di essere nemici - fermate il massacro - basta con l'occupazione».
*Vice Presidente del Parlamento Europeo
Poco più di due ore ma sono bastate per vedere la distruzione e la desolazione della gente di Gaza. Con 8 parlamentari europei e un senatore del Pd, siamo stati gli unici rappresentanti politici ad essere entrati nella Striscia da quando è iniziato l'attacco israeliano.
Siamo entrati attraverso il valico di Rafah grazie alla indispensabile collaborazione dell'Unrwa e delle autorità egiziane e forzando la volontà di quelle israeliane che hanno respinto la nostra richiesta. Colpi di cannone e bombe sono cadute vicino la sede dell'Onu in cui ci trovavamo, malgrado ci fosse una tregua di tre ore. Non rispettata. CONTINUA|PAGINA12
Così come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, respinto da Israele e da Hamas.
«Tutti e due si dichiareranno vincitori ma siamo noi a morire»: è un uomo accasciato nel centro di raccolta degli sfollati dell'Onu, che ci parla. Responsabilità di Hamas, ma l'asimmetria, è innegabile. Israele continua da più di 40 anni ad occupare e colonizzare terra e popolo palestinese, con la forza militare e la violazione del diritto umanitario e internazionale: a Rafah ho visto esseri umani logorati dal terrore sfiniti dall'insonnia per due settimane di duri bombardamenti, di ricerche disperate di cadaveri tra le macerie e una fame antica quanto l'embargo che anche prima dell'operazione «Piombo fuso» soffocava e costringeva in una punizione collettiva i civili di Gaza. Sono attaccati dal cielo, dalla terra, dal mare, nessuno e niente può dirsi al sicuro.
Ed è la prima volta che persone bombardate non hanno dove fuggire, le frontiere sono chiuse, aspettano di morire. È ciò che mi ha detto Raed: «Ogni volta prima di cercare di dormire, bacio mia moglie sperando di ritrovarla il giorno dopo e di non morire sotto le bombe». Orrore e impunità: la scuola dell'Unrwa di Jabalia è stata centrata in pieno da un missile da dove non sparavano i miliziani di Hamas e lì sono morti 45 civili. Gli obitori sono stracolmi di cadaveri come le corsie di feriti con ustioni gravi provocate dal fosforo bianco e dalle armi Dime (sperimentali), usate in Libano - l'ammissione è di parte israeliana. Un medico ci dice che i malati cronici non vengono più curati: non ci sono medicine. A Gaza le madri assiepate a decine con i loro bambini in una piccola stanza ci guardavano disperate, con gli occhi persi nel vuoto, ci mostravano i figli ancora feriti e ci chiedevano «Perché?». L'Unrwa denuncia la mancanza di beni base necessari.
Israele non permette il flusso necessario di aiuti. Ma nulla e nessuno è al riparo dalla scelta di Israele di continuare nell'illegalità. Mentre si bombarda Gaza aumentano i coloni illegali in Cisgiordania e cresce il Muro che confisca terre e divide palestinesi da palestinesi. Continuare a tenere viva la speranza per il diritto ad uno Stato, sui confini del '67 con Gerusalemme capitale condivisa, è sempre più difficile. Come far assumere alla Comunità Internazionale le proprie responsabilità? Come far cessar il fuoco subito? Come convincere Israele che non può continuare a violare la legalità internazionale ma che deve iniziare ad ascoltare al suo interno le voci che chiedono pace, diritti e dignità per il popolo palestinese, unica via per la propria sicurezza? L'Unione Europea deve avere il coraggio e la coerenza di fermare il potenziamento delle relazioni e cooperazione con Israele, sopratutto quella militare.
Noi parlamentari europei lo chiederemo ancora una volta, insieme al cessate il fuoco da tutte e due le parti e a forze internazionali per proteggere i civili non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. E mi auguro che in Italia i movimenti sappiano capire che essere uniti è importante e che non si è per Israele o per la Palestina, ma per il diritto e la giustizia. Io continuo a stare con quei palestinesi ed israeliani che dicono «ci rifiutiamo di essere nemici - fermate il massacro - basta con l'occupazione».
*Vice Presidente del Parlamento Europeo
Etichette:
gaza,
il manifesto,
israele,
Luisa Morgantini,
pace,
palestina
sabato 10 gennaio 2009
Da Cipro: lettera di Francesco Caruso in partenza per Gaza.
Larnaca, isola di Cipro.
All'hotel Sunflower arriviamo alla spicciolata, da paesi diversi ma con una speranza comune: sbarcare a Gaza.
Spagnoli, greci, inglesi, danesi, statunitensi, australiani, irlandesi, siamo in tutto una trentina di persone, medici soprattutto, ma anche giornalisti e attivisti per i diritti umani: è questa la ciurma di assalto che partirà domani in direzione della prigione israeliana a cielo aperto, per portare qualche tonnellata di aiuti e medicinali, ma anche un segnale di solidarietà ad una popolazione civile stremata dai bombardamenti, dalle stragi e dall'assedio.
Rompere l'assedio e violare il blocco navale, per rompere il muro di indifferenza e di silenzio che separa con sempre più distanza la nostra Europa e il massacro di un popolo che scivola nelle nostre sicure case d'occidente tra una notizia sull'andamento dei saldi invernali e il lancio della prossima edizione del "Grande fratello".
Le stragi di innocenti e le montagne di cadaveri, non sembrano scuotere l'ignobile logica dell'equidistanza tra un popolo martoriato e un esercito d'occupazione, tra chi devasta e stermina un popolo e un popolo che cerca di resistere.
Non c'è nessun pregiudizio ideologico nella nostra azione, invece di Gaza potevamo sbarcare a Tel Aviv se Israele fosse interamente occupata militarmente ed un milione di ebrei costretti a vivere in campi profughi, rinchiusi in pochi chilometri senza possibilità di entrare ed uscire da Tel Aviv, con carri armati e cacciabombardieri che colpiscono con sempre più violenza le loro case, le loro teste e pochi ultraortodossi che rispondono con il lancio di qualche malandato razzo anticarro.
Ma la verità purtroppo è ben altra, con un popolo palestinese che grida la propria disperazione e i governi occidentali che continuano a far finta di non sentire. Sull'ipocrisia dei governanti ci si può adagiare, volgendo lo sguardo altrove o cambiando canale al momento opportuno.
Ma contro l'ipocrisia ci si può anche ribellare.
La nostra unica arma sarà un barcone, una nave un pò squattrinata che ad occhio e croce è una via di mezzo tra le attrezzate navi di assalto di Greenpeace e i barconi degli immigrati che arrivano a Lampedusa.
Il viaggio durerà 22 ore nella migliore delle ipotesi, poi arriveremo al blocco della marina israeliana, un blocco che viola sfacciatamente le norme sulla navigazione in acque internazionali e si arroga il diritto di incarcerare anche il mare.
Abbiamo già comunicato alle autorità il nosro programma di viaggio, la rotta che seguiremo, il carattere umanitario della missione; alla partenza la polizia cipriota provvederà a prendere le nostre generalità e perquisire il mezzo, per verificare che il nostro pericoloso carico è composto solo di garze, bisturi e medicinali vari.
In caso di diniego da parte della marina militare israeliana, continueremo la rotta prestabilita, comunicando via radio la nostra determinazione ad arrivare a Gaza per scaricare gli aiuti e il carattere illegale di qualsivoglia intervento violento teso a fermarci.
Del resto il serbatoio della nave non contiene sufficiente carburante per effettuare un eventuale viaggio di ritorno ed anche per questo a Gaza dobbiamo necessariamente sbarcare.
Il modulo che gli organizzatori della missione, il Freegaza movement, ci hanno consegnato riporta nell'ultima pagina la dicitura in inglese "generalità e riferimenti per la consegna degli effetti personali in caso di morte".
Iaon ride mentre osserva il mio sguardo inorridito alla lettura di questa e altre domande "inquietanti".
E' un chirurgo greco che ha visto la morte in faccia più volte durante la dittatura dei colonnelli e oggi ha ancora la forza, malgrado l'età avanzata, di affievolire con una risata le preoccupazioni di chi ha trovato dentro di sè la forza di reagire all'indifferenza, ma non alla paura.
Lui è sicuro che tutto andrà per il verso giusto: arriveremo a Gaza. Perchè loro possono anche schierare portaerei, incrociatori, corazzate o cacciatorpedinieri, ma le loro armi non possono fermare il nostro sogno di libertà, il nostro carico di pace e di solidarietà.
Francesco Caruso
All'hotel Sunflower arriviamo alla spicciolata, da paesi diversi ma con una speranza comune: sbarcare a Gaza.
Spagnoli, greci, inglesi, danesi, statunitensi, australiani, irlandesi, siamo in tutto una trentina di persone, medici soprattutto, ma anche giornalisti e attivisti per i diritti umani: è questa la ciurma di assalto che partirà domani in direzione della prigione israeliana a cielo aperto, per portare qualche tonnellata di aiuti e medicinali, ma anche un segnale di solidarietà ad una popolazione civile stremata dai bombardamenti, dalle stragi e dall'assedio.
Rompere l'assedio e violare il blocco navale, per rompere il muro di indifferenza e di silenzio che separa con sempre più distanza la nostra Europa e il massacro di un popolo che scivola nelle nostre sicure case d'occidente tra una notizia sull'andamento dei saldi invernali e il lancio della prossima edizione del "Grande fratello".
Le stragi di innocenti e le montagne di cadaveri, non sembrano scuotere l'ignobile logica dell'equidistanza tra un popolo martoriato e un esercito d'occupazione, tra chi devasta e stermina un popolo e un popolo che cerca di resistere.
Non c'è nessun pregiudizio ideologico nella nostra azione, invece di Gaza potevamo sbarcare a Tel Aviv se Israele fosse interamente occupata militarmente ed un milione di ebrei costretti a vivere in campi profughi, rinchiusi in pochi chilometri senza possibilità di entrare ed uscire da Tel Aviv, con carri armati e cacciabombardieri che colpiscono con sempre più violenza le loro case, le loro teste e pochi ultraortodossi che rispondono con il lancio di qualche malandato razzo anticarro.
Ma la verità purtroppo è ben altra, con un popolo palestinese che grida la propria disperazione e i governi occidentali che continuano a far finta di non sentire. Sull'ipocrisia dei governanti ci si può adagiare, volgendo lo sguardo altrove o cambiando canale al momento opportuno.
Ma contro l'ipocrisia ci si può anche ribellare.
La nostra unica arma sarà un barcone, una nave un pò squattrinata che ad occhio e croce è una via di mezzo tra le attrezzate navi di assalto di Greenpeace e i barconi degli immigrati che arrivano a Lampedusa.
Il viaggio durerà 22 ore nella migliore delle ipotesi, poi arriveremo al blocco della marina israeliana, un blocco che viola sfacciatamente le norme sulla navigazione in acque internazionali e si arroga il diritto di incarcerare anche il mare.
Abbiamo già comunicato alle autorità il nosro programma di viaggio, la rotta che seguiremo, il carattere umanitario della missione; alla partenza la polizia cipriota provvederà a prendere le nostre generalità e perquisire il mezzo, per verificare che il nostro pericoloso carico è composto solo di garze, bisturi e medicinali vari.
In caso di diniego da parte della marina militare israeliana, continueremo la rotta prestabilita, comunicando via radio la nostra determinazione ad arrivare a Gaza per scaricare gli aiuti e il carattere illegale di qualsivoglia intervento violento teso a fermarci.
Del resto il serbatoio della nave non contiene sufficiente carburante per effettuare un eventuale viaggio di ritorno ed anche per questo a Gaza dobbiamo necessariamente sbarcare.
Il modulo che gli organizzatori della missione, il Freegaza movement, ci hanno consegnato riporta nell'ultima pagina la dicitura in inglese "generalità e riferimenti per la consegna degli effetti personali in caso di morte".
Iaon ride mentre osserva il mio sguardo inorridito alla lettura di questa e altre domande "inquietanti".
E' un chirurgo greco che ha visto la morte in faccia più volte durante la dittatura dei colonnelli e oggi ha ancora la forza, malgrado l'età avanzata, di affievolire con una risata le preoccupazioni di chi ha trovato dentro di sè la forza di reagire all'indifferenza, ma non alla paura.
Lui è sicuro che tutto andrà per il verso giusto: arriveremo a Gaza. Perchè loro possono anche schierare portaerei, incrociatori, corazzate o cacciatorpedinieri, ma le loro armi non possono fermare il nostro sogno di libertà, il nostro carico di pace e di solidarietà.
Francesco Caruso
Etichette:
francesco caruso,
gaza,
israele,
medioriente,
palestina
mercoledì 7 gennaio 2009
Se Israele e Bush fomentano lo scontro di civiltà.
Versione integrale dell'articolo pubblicato da il Manifesto il 4 GENNAIO 2009
di Luisa Morgantini*
Incollati davanti ad Al Jaazera che trasmette le immagini delle distruzioni e del massacro che avviene nella striscia di Gaza, i palestinesi della Cisgiordania per non impazzire si fanno muro, come quel muro dell'apartheid e dell'annessione coloniale che Israele continua a costruire con la solita arroganza e la certezza della sua impunit.
Sono rientrata ieri sera dalla Palestina e da Israele, ho accompagnato e organizzato un viaggio di conoscenza e solidariet di un gruppo di 50 italiani di diverse localit ed estrazioni sociali. Siamo stati a Jenin, nel campo profughi dove nel 2002 vi stato un massacro, abbiamo incontrato Zakaria Zubeidi che ha lasciato le armi per una resistenza culturale e non violenta nel Freedom Theatre, deluso da Hamas e da Al Fatah, siamo stati a Tuwani, a Hebron, dove coloni fanatici tengono in ostaggio migliaia e migliaia di palestinesi, a Betlemme dove il muro taglia la citt e i campi, a Gerusalemme Est dove Um Kamel stata cacciata dalla sua casa per far posto a coloni ebrei che non sono sopravvissuti all'olocausto ma arrivano da Brooklyn, sostenuti dai finanziamenti di organizzazioni estremiste ebraiche e dal Tribunale Israeliano.
Ovunque abbiamo trovato dolore, rabbia, ognuno di loro ci ha messo di fronte alle responsabilit della Comunit Internazionale, complice e inerte di fronte ai crimini dei governi israeliani. Ma abbiamo trovato anche determinazione a continuare a resistere quotidianamente e a non farsi distruggere nemmeno psicologicamente dall' ingiustizia dell'occupazione.
L'autorit Palestinese dal giorno dei bombardamenti a Gaza ha dichiarato uno sciopero generale di tre giorni. Gerusalemme Est era deserta come nei giorni degli scioperi della prima Intifadah. Salam Fayyad, primo ministro, nell'incontro che abbiamo avuto ci ha chiesto di lavorare per il Cessate il fuoco immediato e ad impegnare l' Unione Europea a sospendere il potenziamento delle relazioni e della Cooperazione con Israele.
Abbiamo partecipato a diverse manifestazioni in Palestina e Israele, a Ramallah, Jaffa, Gerusalemme. Purtroppo non manifestazioni di massa. A Ramallah la manifestazione pi grande anche se con scontri tra Hamas e Fatah e la polizia palestinese che tentava di distruggere emblemi di Hamas e ad impedire scontri al check point di Beit El con i soldati israeliani. Ma come diceva Nayla Ayesh di Gaza, rifugiata a Ramallah, "anche se con scontri almeno qui siamo tutti insieme". A Jaffa vi erano i giovani e le giovani Refusnik, gli anarchici contro il muro, la coalizione delle donne per la pace, e in grande prevalenza giovani donne di origine palestinese, con slogan che mettevano in imbarazzo noi, gli israeliani e i palestinesi della sinistra. Infatti Allah Akbar - Allah grande - era lo slogan pi urlato.
Tante sono le iniziative in Israele dai Refusnik, ai poeti,, agli scrittori, ai combattenti per la pace, Tayyush, i partiti arabi in Israele, le donne per la pace, Gush Shalom ieri ha manifestato insieme a tanti altri gruppi a Tel Aviv. Gli israeliani che manifestano sono davvero persone straordinarie, il fatto che non siano milioni di loro che inorridiscono di fronte alla persistente scelta militare di Israele non li rende meno importanti.
Gli intellettuali pi conosciuti da noi come Amos Oz a Yehoushua, continuano a svolgere un ruolo tragico, sempre a giustificare la necessit degli attacchi militari e a chiedere poi di fermarsi, come con la costruzione del muro. Peace Now, a partire dalla seconda Intifadah ha smesso di svolgere un ruolo di movimento e si limitata a denunciare e a monitorare la crescita degli insediamenti.
Del resto anche in Europa, la consapevolezza che vi tra la popolazione (malgrado la manipolazione dei media) della disparit tra i bombardamenti e i rockets non si traduce in mobilitazione di massa. Le pi grandi manifestazioni si sono tenute in Francia, Belgio e Gran Bretagna dove numerose sono le comunit arabe e musulmane e come a Jaffa gli slogan che risuonavano di pi erano quelli di "Allah Akbar". Nulla ovviamente contro chi crede in Allah, ma d il segno di come dalle guerre preventive di Bush alla non soluzione del diritto dei palestinesi ad un loro stato, sia cresciuto lo "scontro di civilt" e di come un conflitto come quello palestinese israeliano, che per la sovranit nazionale contro la colonizzazione dei territori occupati nel 1967 abitati non solo da musulmani ma da cristiani, armeni, circassi, atei, agnostici, sempre di pi viene fatto apparire come scontro tra islamici fondamentalisti e il "mondo libero". E' il messaggio che porta Tzipi Livni quando visita i nostri paesi.
Intanto i sondaggi in Israele rivelano che Ehud Barak senza fare campagna elettorale cresciuto nelle preferenze. Noi dovremo mobilitarci anche per riuscire a portare Barak, Livni e altri davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Ma ora soprattutto per il Cessate il Fuoco subito, per la fine dell'assedio e il blocco degli insediamenti. Che si fermino i bombardamenti a Gaza e i rockets su Israele. Che non vi siano altre vite perse siano essi palestinesi o israeliani.
*Vice Presidente del Parlamento Europeo
di Luisa Morgantini*
Incollati davanti ad Al Jaazera che trasmette le immagini delle distruzioni e del massacro che avviene nella striscia di Gaza, i palestinesi della Cisgiordania per non impazzire si fanno muro, come quel muro dell'apartheid e dell'annessione coloniale che Israele continua a costruire con la solita arroganza e la certezza della sua impunit.
Sono rientrata ieri sera dalla Palestina e da Israele, ho accompagnato e organizzato un viaggio di conoscenza e solidariet di un gruppo di 50 italiani di diverse localit ed estrazioni sociali. Siamo stati a Jenin, nel campo profughi dove nel 2002 vi stato un massacro, abbiamo incontrato Zakaria Zubeidi che ha lasciato le armi per una resistenza culturale e non violenta nel Freedom Theatre, deluso da Hamas e da Al Fatah, siamo stati a Tuwani, a Hebron, dove coloni fanatici tengono in ostaggio migliaia e migliaia di palestinesi, a Betlemme dove il muro taglia la citt e i campi, a Gerusalemme Est dove Um Kamel stata cacciata dalla sua casa per far posto a coloni ebrei che non sono sopravvissuti all'olocausto ma arrivano da Brooklyn, sostenuti dai finanziamenti di organizzazioni estremiste ebraiche e dal Tribunale Israeliano.
Ovunque abbiamo trovato dolore, rabbia, ognuno di loro ci ha messo di fronte alle responsabilit della Comunit Internazionale, complice e inerte di fronte ai crimini dei governi israeliani. Ma abbiamo trovato anche determinazione a continuare a resistere quotidianamente e a non farsi distruggere nemmeno psicologicamente dall' ingiustizia dell'occupazione.
L'autorit Palestinese dal giorno dei bombardamenti a Gaza ha dichiarato uno sciopero generale di tre giorni. Gerusalemme Est era deserta come nei giorni degli scioperi della prima Intifadah. Salam Fayyad, primo ministro, nell'incontro che abbiamo avuto ci ha chiesto di lavorare per il Cessate il fuoco immediato e ad impegnare l' Unione Europea a sospendere il potenziamento delle relazioni e della Cooperazione con Israele.
Abbiamo partecipato a diverse manifestazioni in Palestina e Israele, a Ramallah, Jaffa, Gerusalemme. Purtroppo non manifestazioni di massa. A Ramallah la manifestazione pi grande anche se con scontri tra Hamas e Fatah e la polizia palestinese che tentava di distruggere emblemi di Hamas e ad impedire scontri al check point di Beit El con i soldati israeliani. Ma come diceva Nayla Ayesh di Gaza, rifugiata a Ramallah, "anche se con scontri almeno qui siamo tutti insieme". A Jaffa vi erano i giovani e le giovani Refusnik, gli anarchici contro il muro, la coalizione delle donne per la pace, e in grande prevalenza giovani donne di origine palestinese, con slogan che mettevano in imbarazzo noi, gli israeliani e i palestinesi della sinistra. Infatti Allah Akbar - Allah grande - era lo slogan pi urlato.
Tante sono le iniziative in Israele dai Refusnik, ai poeti,, agli scrittori, ai combattenti per la pace, Tayyush, i partiti arabi in Israele, le donne per la pace, Gush Shalom ieri ha manifestato insieme a tanti altri gruppi a Tel Aviv. Gli israeliani che manifestano sono davvero persone straordinarie, il fatto che non siano milioni di loro che inorridiscono di fronte alla persistente scelta militare di Israele non li rende meno importanti.
Gli intellettuali pi conosciuti da noi come Amos Oz a Yehoushua, continuano a svolgere un ruolo tragico, sempre a giustificare la necessit degli attacchi militari e a chiedere poi di fermarsi, come con la costruzione del muro. Peace Now, a partire dalla seconda Intifadah ha smesso di svolgere un ruolo di movimento e si limitata a denunciare e a monitorare la crescita degli insediamenti.
Del resto anche in Europa, la consapevolezza che vi tra la popolazione (malgrado la manipolazione dei media) della disparit tra i bombardamenti e i rockets non si traduce in mobilitazione di massa. Le pi grandi manifestazioni si sono tenute in Francia, Belgio e Gran Bretagna dove numerose sono le comunit arabe e musulmane e come a Jaffa gli slogan che risuonavano di pi erano quelli di "Allah Akbar". Nulla ovviamente contro chi crede in Allah, ma d il segno di come dalle guerre preventive di Bush alla non soluzione del diritto dei palestinesi ad un loro stato, sia cresciuto lo "scontro di civilt" e di come un conflitto come quello palestinese israeliano, che per la sovranit nazionale contro la colonizzazione dei territori occupati nel 1967 abitati non solo da musulmani ma da cristiani, armeni, circassi, atei, agnostici, sempre di pi viene fatto apparire come scontro tra islamici fondamentalisti e il "mondo libero". E' il messaggio che porta Tzipi Livni quando visita i nostri paesi.
Intanto i sondaggi in Israele rivelano che Ehud Barak senza fare campagna elettorale cresciuto nelle preferenze. Noi dovremo mobilitarci anche per riuscire a portare Barak, Livni e altri davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Ma ora soprattutto per il Cessate il Fuoco subito, per la fine dell'assedio e il blocco degli insediamenti. Che si fermino i bombardamenti a Gaza e i rockets su Israele. Che non vi siano altre vite perse siano essi palestinesi o israeliani.
*Vice Presidente del Parlamento Europeo
Etichette:
gaza,
il manifesto,
israele,
Luisa Morgantini,
medioriente,
pace,
palestina
martedì 6 gennaio 2009
Gaza: Lettera ai politici italiani.

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana
La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.
Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.
Ma basta con l’ impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.
Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.
Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’ ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.
Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da
Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano.
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.
Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.
Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.
Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l’occupazione.
Dio mio in che mondo terribile viviamo.
di Luisa Morgantini
Vice Presidente del Parlamento Europeo
Roma, 3 Gennaio 2009
Etichette:
gaza,
israele,
Luisa Morgantini,
medioriente,
palestina,
politica
Iscriviti a:
Post (Atom)