lunedì 21 aprile 2008

Sabato 28 Giugno 2008: il Pride torna a Bologna.


Il 28 giugno 2008 dopo 13 anni il Pride Nazionale torna a Bologna, storica città del movimento Lesbico Gay Bisessuale e Transessuale italiano. Punto di riferimento della comunità LGBT italiana e più in generale dei movimenti di critica e riformismo sociale, Bologna ha perso il primato di avamposto di “tolleranza” che per anni le è stato riconosciuto. La crisi del “dorato” modello bolognese è chiara e forte, e sconfina ben oltre le porte cittadine, per divenire manifestazione particolare della storica arretratezza politica dell’Italia in tema di diritti civili e di libertà. Ma Bologna è la sede di numerosi gruppi e associazioni che lavorano sul territorio e non solo. Organizzate in molteplici e diverse reti nazionali, costruiscono e lavorano al cambiamento di questo paese. Lesbiche, gay e trans che agiscono all’interno del più grande soggetto, il movimento LGBT italiano. Un soggetto che insieme a quello delle donne è protagonista di una efficace azione di critica e denuncia sociale e culturale, all’interno del percorso di conquista di uguali diritti di cittadinanza, di uguale libertà di essere per tutte e tutti i cittadini di questo paese. E i destinatari del nostro agire dovranno essere, oltre ai governi e alle istituzioni e in esse i partiti, sempre di più soprattutto le donne e gli uomini che camminano per strada, quelli con cui condividiamo spazi e tempi e coi quali possiamo veramente percorrere con approccio laico le vie dello scambio, dell’interazione, della convivenza, del cambiamento.

Comitato PRIDE Bologna '08

domenica 20 aprile 2008

ASSEMBLEA DELLA SINISTRA: IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO, APPUNTAMENTO A FIRENZE.

A fine assemblea viene letto il documento programmatico nato da questa giornata di incontro e dibattito delle diverse anime della sinistra. Primo appuntamento entro luglio a Firenze. "Il processo per la sinistra unita e plurale deve iniziare da subito, a partire dalle esperienze sui territori, sperimentando nuove forme di democrazia. Occorre ripartire dalle donne e degli uomini impegnati nella campagna elettorale. C'è bisogno di fare incontri, aprire laboratori di analisi, gruppi di lavoro che organizzino regole e forme del nuovo soggetto. Da domani ripartiamo dai conflitti e dai contenuti. Ci prepariamo ad un appuntamento nazionale a Firenze, una due giorni a luglio del laboratorio "pensare a sinistra".

Assemblea della Sinistra: Vendola e Ferrero, ripartire dal basso.

Da Rifondazione un mea culpa di Paolo Ferrero e Nichi Vendola "Siamo tutti responsabili della sconfitta. Bisogna ripartire dal basso, dalla gente, dai lavoratori. E non dividersi".

La sinistra "riparte da tutti gli uomini e le donne che, anche idealmente, sono qui a Firenze e con cui abbiamo fatto questa lunga campagna elettorale. Penso che sia assolutamente necessario ripartire dalla discussione collettiva che credo vada allargata nei prossimi giorni: riaprire una discussione politica larga e non sequestrarla negli apparati ristretti". Lo ha detto il ministro Paolo Ferrero rispondendo, a margine dell' assemblea della sinistra unita e plurale cominciata stamani a Firenze, a chi gli chiedeva come la sinistra "potesse ripartire". Paolo Ferrero non è candidato a segretario di Rifondazione comunista e non presenterà questa proposta nelle prossime ore. Lo ha detto lo stesso Ferrero parlando all' assemblea della sinistra unita a Firenze. "Il partito - ha detto - deve fare una discussione e decidere chi deve dirigerlo. Sono il primo responsabile di questa sconfitta e non cerco capri espiatori. Non se ne può più di campagne di stampa in questo senso". E' necessario "sorvegliare le parole delle prossime ore" essere "cauti" avere "amore e attenzione per questa comunità e consentirle di rialzarsi in piedi". Lo ha detto Niki Vendola, governatore della Puglia, durante il suo intervento all' assemblea della Sinistra unita e plurale in corso a Firenze. "Bisogna ripartire da qui - ha detto - dall' analisi della sconfitta. E ci sono due modi: uno che è nella tradizione della peggiore storia sinistra ovvero la ricerca di capri espiatori e colpevoli". A questo, Vendola non vuole "partecipare". "Anzi- spiega - mi iscrivo alla lista dei colpevoli perché credo che qualunque dirigente a qualsiasi livello si debba sentire colpevole". "Io - ha proseguito - vorrei partecipare alla discussione sulle cause, bisogna sorvegliare le parole nelle prossime ore, essere cauti, avere cura e amore per questa comunità per consentirle di rialzarsi in piedi".

ASSEMBLEA DELLA SINISTRA: GINSBORG, C'E' SPAZIO A SINISTRA DEL PD.


Non sono pessimista, possiamo farcerla ma dobbiamo subito risolvere i problemi di chi ci rappresenta". Lo ha detto Paul Ginsborg intellettuale e anima del movimento della Sinistra unita e plurale.


"Dobbiamo rispondere a questa domanda: chi rappresenta ora la sinistra? Penso che ci sia un grande spazio a sinistra del Pd e se siamo umili e intelligenti possiamo, con tenacia, riempirlo. Non sono pessimista, possiamo farcerla ma dobbiamo subito risolvere i problemi di chi ci rappresenta". Lo ha detto Paul Ginsborg intellettuale e anima del movimento della Sinistra unita e plurale intervenendo all' assemblea a Firenze. "Non posso stare - ha aggiunto - in un'aggregazione politica in cui la democrazia non c'é. Dico a quegli esponenti di Rifondazione che oggi saranno al comitato nazionale che io non voglio che i nostri destini siano decisi da loro, non è possibile". Quindi, smettete di "litigare e di radicalizzare le posizioni che vi dividono. Abbiamo bisogno di Rita Borsellino, di Paolo Ferrero, di Fulvia Bandoli, di Niki Vendola e tutti insieme non vogliamo sentire che vi siete divisi". "Oggi - ha proseguito Ginsborg - ho visto negli occhi dei dirigenti di Rifondazione il veleno della parte, del risentimento, della radicalizzazione. Bisogna in qualche modo, pur sapendo che veniamo da tante tradizioni, saper lavorare insieme. Nessuno dalla società civile vi direbbe mai: dovete sciogliervi. Dovete decidere voi, ma dovete aprire subito uno spazio di decisione nostra tutta e non possiamo aspettare". Non riflettere sulla "grande botta" che ha preso la Sinistra Arcobaleno "sarebbe stupidissimo". Lo ha detto l'intellettuale Paul Ginsborg parlando all'assemblea della Sinistra unita e plurale. Dopo aver espresso un'"opinione positiva" sull' assemblea di oggi, Ginsborg ha sottolineato la "grande voglia di non entrare solo nel discorso retorico e nel lutto collettivo, ma cercare vie d'uscita, ripartire, e anche se ci sono stati tanti errori, fra cui qualcuno che noi da Firenze abbiamo cercato di segnalare ai vertici dei partiti". Per Ginsborg "non tutto è perduto. All'interno di un contesto generale drammatico, direi che questa assemblea è dignitosa: la gente sta pensando e sta proponendo, non si può chiedere di più in questo momento". "Sono convintissimo - ha detto poi Ginsborg - che fra le cose che non sono andate bene, una ha distrutto l'entusiasmo e la passione negli elettori: la decisione di scegliere tutti i candidati dall'alto. Lo ha fatto anche il Pd, ma noi dovevamo dimostrare la nostra diversità".

sabato 19 aprile 2008

«Responsabilità e umiltà per ricominciare e fare una sinistra di popolo»




INTERVISTA A NICHI VENDOLA

di Anubi D'Avossa Lussurgiu - Liberazione

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l'uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato - almeno elettoralmente - il nome unitario dell'Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista...Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l'abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.

Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all'interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l'ovvia restituzione di parola alla "base"?Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un'idea forte di solidarietà all'interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.

Fermiamoci allora sulla "catastrofe": sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un'analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per riscostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?Intanto il punto d'inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l'Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l'astensione...

Che sono - il non voto, la Lega e l'Idv - i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato...Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle "sofferenze" sociali, sia da quello simmetrico d'una punizione dei fattori "perturbativi" della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un'alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un "mediatore culturale" che è il grillismo.

Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così "punita"?Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell'inefficacia dell'agire politico. Di più, veniamo per così dire "asfaltati" da quest'idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l'efficacia come blindatura della governabilità e dall'altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d'ognuna e d'ognuno, dell'azione politica.

Dunque, la percezione fondamentale era quella d'una inefficacia.Già: ma l'inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un'improvvisazione elettoralistica. Intendo l'immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E' apparso un debole "manifesto" per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un'allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.

La sorte "museale" che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell'estate scorsa, a Bari...E' fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest'insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio "salto" organizzativo e culturale...

Un momento: questa "domanda della realtà", che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un'allusione, non viene da un po' prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?Se posso dire così, il momento "topico" era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un'operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.

Ecco: e non è che questa "occasione mancata" precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?Quel che non si puo non vedere è che nell'esperienza di governo la sopravvivenza di "quello che c'era" ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all'insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d'efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D'altro canto, nonostante l'inefficacia del nostro posizionamento critico all'interno del governo - perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente - il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt'un'area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell'occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c'è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.

E qui torniamo al punto dell'assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero ? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano ? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s'indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.

Ma, dal passato al futuro, un'assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?Il tema è per me quello che ti ho detto, d'una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d'essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d'un soggetto d'alternativa.

Uno che certamente è d'accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al "bagno d'umiltà" della sinistra l'esempio della Lega, ovviamente agli antipodi poltici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale...Certo, la Lega è una doppia comunità. E' comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d'una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un'identità che altre volte abbiamo definito come di "plebeismo piccolo borghese" e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.

Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l'ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c'è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c'entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d'un rapporto esteriore, un po' sociologico un po' apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall'attraversamento della realtà.

Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l'assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna "elaborare il lutto"?Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C'è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev'essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c'è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.

Car@ Compagn@... Lettera di Gennaro Imbriano alle compagne ed ai compagni di Rifondazione e della sinistra.

Car@ Compagn@,
le recenti elezioni politiche rappresentano un autentico terremoto dal quale esce sconfitta la Sinistra e più in generale l'intero centro-sinistra.
Purtroppo assistiamo ad un innegabile spostamento a destra del quadro politico, in una cornice sempre più americanizzata.Come si è visto, quella presunta rimonta del PD è stata un'invenzione artificiosa di Veltroni che da una parte ha consegnato il paese a Berlusconi e dall'altra ha contribuito a cancellare la Sinistra dal Parlamento. Ora però la nostra sconfitta elettorale non può essere un alibi per fermare il processo unitario della Sinistra; anzi, credo che oggi più che mai bisogna avere il coraggio per superare tutte quelle timidezze e quelle resistenze che fin qui non hanno reso credibile il progetto Arcobaleno facendolo percepire come un cartello.E' un momento difficile ma sono convinto che, tutte e tutti, sapremo capire dove abbiamo sbagliato e trovare la passione e l'entusiasmo per ricominciare ancora una volta. Lo dovremo fare come Prc, a partire dai nostri circoli e negli organismi dirigenti, e lo dovremo fare come Sinistra, aprendo un confronto e una discussione con la nostra gente nei territori irpini.
Dunque è il momento di pensare le cause di una sconfitta, ma è anche necessario reagire subito, tornando nelle piazze dei nostri paesi e delle nostre città in due date simbolo come il 25 Aprile e il 1 Maggio, per dire che non ci hanno cancellato, per dire che ricominciamo dal lavoro e dalla Costituzione.
“Provare e riprovare” diceva un grande intellettuale e rivoluzionario italiano.
L’Irpinia e l'Italia hanno assolutamente bisogno di una Sinistra unita forte e popolare: a questo dobbiamo lavorare con grande generosità.
Gennaro M. Imbriano

mercoledì 16 aprile 2008

Crisi economica, tutti a destra.

di Valentino Parlato - il manifesto
Innanzitutto dobbiamo avere il coraggio della verità e dire che queste elezioni segnano una sconfitta della sinistra, non solo politica, ma anche sociale e culturale. Una sconfitta delle sinistre dell'Arcobaleno, ma non solo. La ritirata strategica di Walter Veltroni, cioè la negazione di ogni alleanza a sinistra per andare al voto senza il fastidio delle sinistre radicali si è tradotta in una rotta. Alla Camera e al Senato il Partito democratico sarà più debole che mai negli anni passati. Del pari la Sinistra arcobaleno non è stata in grado di presentare ai cittadini elettori una unità delle sinistre. Bertinotti annunziava questo obiettivo per il giorno successivo alle elezioni, comunque andassero. Sono andate male perché questa unità non è stata relizzata e ora sarà ancora più difficile da realizzare.Non bisogna dimenticare che queste elezioni si inquadrano in una situazione di crisi economica grave e che le crisi economiche e la paura che producono normalmente (c'è solo l'eccezione di Roosevelt) provocano brutti spostamenti a destra; pensate all'Italia e alla Germania del dopo '29. E in questo quadro di crisi occorre riflettere sul buon risultato della Lega, per la quale hanno votato molti lavoratori anche iscritti alla Cgil. Quando Massimo D'Alema disse al manifesto che la Lega era una costola del mondo operaio coglieva qualche aspetto della realtà. E certamente il successo della Lega (pare primo partito in Lombardia) è un dato socio-culturale che sarebbe sciocco sottovalutare polemizzando solo contro gli strilli di Bossi. E - voglio aggiungere - penso che la Lega forte del suo successo creerà qualche problema anche a Berlusconi.A questo punto che fare? Riflettiamoci un po', pensiamoci, non diamo risposte affrettate. Credo che la discussione debba innanzitutto cominciare dentro le forze dell'Arcobaleno (forse diventate extraparlamentari ma non per scelta). E credo che come sempre dopo le sconfitte si debba cominciare da una seria analisi del terreno sul quale si è stati sconfitti. Insomma ci sono cambiamenti sociali forti, c'è un precariato che può diventare massa di manovra di chi offre favori, ci sono problemi nuovi e inattesi (pensiamo solo all'ambiente e al costo crescente dei prodotti alimentari) in un mondo nel quale la povertà cresce verticalmente.Pensare di uscire dai guai di oggi con qualche trovata intelligente sarebbe a mio parere suicida.Il punto è che la società e l'economia e le forme dello sfruttamento (che persiste ed esclude sempre più persone dal ciclo lavorativo) sono cambiate e accresciute. Questo, a mio pessimistico parere, sfugge non solo a noi ma anche ai sindacati. Il manifesto dovrebbe avere l'ambizione e la capacità di diventare la cucina di una nuova ricerca delle forme di sfruttamento e di aggregazione degli sfruttati. Sono convinto che in queste elezioni molti sono stati i precari che hanno votato per la Lega o per il Pdl.

Non ci perdiamo d'animo.

Come sinistra e come Rifondazione comunista abbiamo subito una sconfitta devastante ma le ragioni per riprendere l'iniziativa e contrastare la situazione che si è determinata sono tutte di fronte a noi. Non deve venire meno l'ostinazione che ha sempre contraddistinto la nostra vicenda in questi anni. Si ricomincia daccapo. Le responsabilità di tutti i gruppi dirigenti della Sinistra Arcobaleno sono gravissime e qualsiasi ipotesi di rilancio di una sinistra unitaria deve partire dal riconoscere ragioni e responsabilità di questa sconfitta. L'impegno per rilanciare la presenza di Rifondazione comunista è la condizione primaria per contrastare l'inquietante successo della destra berlusconiana e della Lega e per tenere aperta la prospettiva di una presenza di sinistra in Italia all'altezza della sfida. Non ci perdiamo d'animo!
Forum delle donne - Prc

NO ALLO SCIOGLIMENTO DEL PRC, SI' ALLA SOGGETTIVITA' UNITARIA E PLURALE


"Penso che al più presto debba costruirsi un percorso costituente capace di interloquire con una soggettività unitaria e plurale, in cui convivano partiti, movimenti, associazioni, singoli e singole. Auspico che questa soggettività si doti di un coordinamento guidato da due portavoce, un uomo e una donna. E' giunto il tempo di innovare le forme partitiche e plebiscitarie novecentesche.Penso a un modello di costruzione come quello che abbiamo già messo in campo con la Sinistra Arcobaleno e sono fermamente contrario sia al partito unico (che porterebbe allo scioglimento di Rifondazione Comunista), sia a forme identitarie e conservatrici".
di Giovanni Russo Spena

DISCUTERE DEL FUTURO DELLA SINISTRA, FUORI E DENTRO IL PRC

"Le ragioni di una sconfitta così profonda devono essere discusse in modo approfondito e ampio da tutta la sinistra, fuori e dentro i partiti. Dobbiamo restituire parole e potere al popolo della sinistra, innovando le forme di partecipazione e di decisione. Il progetto della sinistra unitaria vuole riaffermare la presenza della sinistra nel Paese. Rifondazione puo' e deve mettersi al servizio di questo progetto, che va oltre la discussione interna, e che invece deve parlare direttamente a tutta la società italiana. Il percorso della sinistra unitaria deve essere irreversibile. A deciderlo saranno chiamati tutti gli uomini e le donne della sinistra mantenere questa presenza nella politica italiana".
di Gennaro Migliore

Dove sono andati i voti della Sinistra Arcobaleno?

1/2 al Partito Democratico ed il 1/5% all’astensione. Solo 1/4 dei votanti dei partiti costituenti nel 2006 ha deciso di votare Sinistra Arcobaleno nel 2008.
Il PD ha preso i suoi nuovi voti solo dalla sinistra arcobaleno, e ne ha persi a favore dell’udc. Solo 1% dal PDL.
Questi i dati di una analisi dei flussi di voto resa nota nella puntata, ieri sera, di Porta a Porta.

Rialzati sinistra.

"Rialzati Italia" citavano i manifesti elettorali del neo-eletto presidente del Consiglio, io non voglio starmene zitta a leccarmi le ferite e dico: "Rialzati Sinistra". Inutile girarci intorno, una sconfitta del genere nessuno di noi l'avrebbe mai immaginata, è dura da digerire, non nascondo che io ho pianto di fronte ai risultati elettorali. La scomparsa della sinistra dalla scena parlamentare è quanto di peggio potesse accadere, se la colpa sia da attribuire ai nostri errori o alla propaganda del voto utile o alla delusione di tanti compagni sarà da vedere nei mesi che ci attendono, ma il rischio che corre l'Italia non è da sottovalutare.
L'assenza della sinistra in parlamento equivale all'assenza di una reale opposizione di parte e questo può costituire una minaccia per la nostra democrazia che può spostarsi decisamente su un'americanizzazione della politica italiana. Questa prospettiva non credo sia delle più rosee se mi fermo a considerare le condizioni di vita delle classi meno abbienti negli Stati Uniti, il mio non vuole essere terrorismo psicologico, ma vedere Berlusconi come signore incontrastato del governo mi fa sorgere non pochi timori. Penso a quante poche volte sia uscita dalla sua bocca la parola sussidiarietà e alle troppe frasi di stampo populista pronunciate in campagna elettorale, è facile per me che vengo dall'Argentina vedere la versione italiana di Menem che ha portato al tracollo finale la mia nazione di origine. Mi rifiuto di credere che il popolo italiano sia così stolto da credere che il governo Prodi da solo abbia potuto portare l'Italia alle condizioni attuali in nemmeno due anni, mi chiedo come mai nessuno degli elettori del Pdl si sia accorto della condanna venuta dall'Unione Europea circa le discariche fuorilegge realizzate dal passato governo Berlusconi o come gli elettori meridionali abbiano potuto dimenticare il Federalismo voluto da Bossi che rischia di consegnare le nostre regioni nelle mani della malavita dove è tanta la connivenza tra mafie e politica e che sembra non dispiacere al nostro nuovo presidente del consiglio.
Ormai il dado è tratto e come recitava il libro: "Io speriamo che me la cavo", la cosa da fare adesso è quella di lasciare da parte la delusione e rimboccarci le maniche perché se la sinistra è scomparsa dal Parlamento non è scomparsa dall'Italia e ne sono la prova quel 1.124.418 di italiani ed italiane che hanno dato il loro voto alla Sinistra l'Arcobaleno, forse sono gli stessi che erano in piazza con noi il 20 ottobre a Roma, sono gli stessi che non si rassegnano e che hanno voluto credere e dare la loro fiducia al progetto di una sinistra unitaria. A queste donne e uomini va il nostro ringraziamento e l'impegno a far sì che questa fiducia non sia tradita perché gli ideali che ci guidano da sempre non sono legati necessariamente alle poltrone, essere fuori dall'istituzione ci priva del potere decisionale, ma non ci priva della libertà di espressione che da sempre caratterizza le nostre battaglie per una democrazia senza distinzioni. Di certo sarà dura, ma ritengo che mai come in questo momento ogni uomo e donna di sinistra debba tenersi stretti i propri ideali e valori impedendo allo sconforto di derubarlo di anni di lotte e conquiste per una società a misura di donna e di uomo. Per quanto mi riguarda sono e rimango una donna di Sinistra, ho la pellaccia dura e non rinuncio a quello in cui ho sempre creduto a prescindere dai risultati elettorali, ho mosso i primi passi sotto lo slogan "LA LOTTA E' DURA MA NON CI FA PAURA", magari è il caso che ogni uomo e donna di sinistra rispolveri questo slogan e si prepari ai prossimi cinque anni, dopotutto non può piovere per sempre, prima o poi spunterà l'arcobaleno.

Solofra, 15aprile2008 Amalia
Amalia Hilda Tobar

EXTRAPARLAMENTARI.

di Francesco Caruso
Il disastro elettorale della sinistra, così come il fallimento dell'esperienza di governo, ci segnalano chiaramente che si è chiusa una fase politica e con essa gli spazi per una sinistra riformista e di governo: ora bisogna ricostruire, sporcandosi le mani nel disagio, nelle sofferenze, nelle contraddizioni che questo sistema neoliberista produce, una nuova sinistra antagonista, partendo dalla centralità dei movimenti e dei conflitti sociali, per fronteggiare l'ondata neoliberista del prossimo governo Berlusconi e intepretando il carattere extraparlamentare della sinistra non solo come una necessità ma anche come una virtù.E' veramente stupido pensare che la sinistra scompare in Italia semplicemente perchè non ha più una rappresentanza in parlamento: la sinistra continua a vivere come ha sempre fatto nelle battaglie, nei comitati, nelle vertenze, nelle lotte di tutti i giorni, contro la precarietà e la devastazione ambientale, contro la guerra e la globalizzazione neoliberista.E' quindi indispensabile non tanto un esercizio di autocritica, ma di umiltà: l'azzeramento dei gruppi dirigenti dei partiti è una condizione necessaria ma non sufficiente per ripartire, e non c'è alcuna alchimia politicistica attraverso la quale aggirare i problemi della fase.C'è veramente poco da accellerare, anzi forse è il caso di scoprire mai come oggi l'elogio della lentezza, affinchè dopo aver toccato il fondo non si incominci anche a scavare: non c'è bisogno di costruire un nuovo partito, ma qualcosa di altro da un partito politico, dobbiamo sradicare una cultura elettoralistica che ha avvelenato la sinistra e costruire uno spazio politico oltre le forme tradizionali e incancrenite della partecipazione e della rappresentanza politica, uno spazio nel quale le tornate elettorali sono uno strumento al servizio di un percorso politico e non viceversa, uno spazio per le lotte sociali, i conflitti e le comunità resistenti, uno spazio per l'autorganizzazione sociale estraneo alle burocrazie sindacali, uno spazio di critica attiva e di disobbedienza sociale ad un modello neoliberista di cui tanto Berlusconi che Veltroni sono strenui difensori. E' quindi indispensabile non tanto un esercizio di autocritica, ma di umiltà: l'azzeramento dei gruppi dirigenti dei partiti è una condizione necessaria ma non sufficiente per ripartire, e non c'è alcuna alchimia politicistica attraverso la quale aggirare i problemi della fase.C'è veramente poco da accellerare, anzi forse è il caso di scoprire mai come oggi l'elogio della lentezza, affinchè dopo aver toccato il fondo non si incominci anche a scavare: non c'è bisogno di costruire un nuovo partito, ma qualcosa di altro da un partito politico, dobbiamo sradicare una cultura elettoralistica che ha avvelenato la sinistra e costruire uno spazio politico oltre le forme tradizionali e incancrenite della partecipazione e della rappresentanza politica, uno spazio nel quale le tornate elettorali sono uno strumento al servizio di un percorso politico e non viceversa, uno spazio per le lotte sociali, i conflitti e le comunità resistenti, uno spazio per l'autorganizzazione sociale estraneo alle burocrazie sindacali, uno spazio di critica attiva e di disobbedienza sociale ad un modello neoliberista di cui tanto Berlusconi che Veltroni sono strenui difensori. Contro questo modello neoliberista, nel quale siamo tutti sulla stessa barca ma c'è chi rema, suda e fatica ad arrivare a fine mese e c'è invece chi comodamente prende il sole e e nasconde il tesoro nei paradisi fiscali, dobbiamo ritrovare la forza, il coraggio e le passioni ideali, purtroppo annacquate e affievolite da questi due anni di governo.Del resto, mai come oggi, non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene.

La questione sinistra.

di Anubi D'Avossa Lussurgiu - Liberazione

«Ci sono certe sconfitte che insegnano più delle vittorie, diceva un grande presidente. Certo, sarebbe meglio imparare da una vittoria. Ma questa è una sconfitta, indiscutibile: e dunque bisogna saper imparare la lezione che contiene. Anzi, politicamente essenziale è saper imparare insieme da una sconfitta così». E' questa la giornata: un giorno di sconfitta. E una sconfitta così. Ossia, storica.
E' questo il giorno che vive e cerca di elaborare Fausto Bertinotti, cui tocca di sigillare appunto nel segno della sconfitta elettorale una decisione presa da tempo (da tempi "insospettabili", ossia in premessa della campagna elettorale), quella di «lasciare ogni ruolo di direzione» dopo aver interpretato per ultima la funzione di candidato premier per la Sinistra l'Arcobaleno. E' una giornata così, in un senso diverso dalla sconfitta stessa: perché il Bertinotti che l'assume e ribadisce le sue decisioni - «io finisco qui» ma non certo nel senso della cessazione della vita politica, «una passione durevole» che continuerà nella militanza - quando scende nella strana location scelta dell'Arcobaleno per il suo "punto comunicazione" ossia l'Hard Rock Café di Via Veneto, proprio in faccia all'ambasciata Usa, riceve un'accoglienza ancora più strana. Di affetto, di sostegno, di empatia da parte delle e dei militanti che hanno come lui passato le ore appesi al filo della sfida dell'esclusione dalla rappresentanza, per vederlo alla fine spezzarsi. Applausi, grida di «grazie presidente», di «bravo Fausto»: strano, precisamente straniante se si avesse la percezione di questa sconfitta come una semplice fine. Un saldo finale senza possibilità di futuro. E invece c'è un senso in quell'abbraccio tra chi ci ha creduto sino all'ultimo, sapendo benissimo delle difficoltà e dei rischi, e chi la sfida l'ha legata al suo stesso nome, avendo per primo additato la difficoltà e il rischio proprio come fondamento d'una necessità di "provarci". Proprio questo, in verità, è l'assillo principale del Bertinotti del giorno della sconfitta: indicare che questo esito, semplicemente, «drammatizza la necessità che avevamo raccolto». La rende, propriamente, storica a partire dalla stessa dimensione storica del colpo subito. «Un naufragio», ci dice riflettendo in una pausa dal confronto con lo stillicidio delle proiezioni e dei risultati parziali: un naufragio dentro «un diluvio». Ecco: l'assillo immediato è un imperativo di metodo per stabilire una condizione essenziale all'elaborazione della nuova realtà. Cioè la «responsabilità» di «riconoscere la sconfitta». Riconoscerne tutti i termini. Che non possono essere ridotti a quel che pure si era denunciato come «rischio», ora resosi concreto. Non è «causa» sufficiente della sconfitta, quindi, «la controriforma istituzionale che s'è anticipata nella campagna elettorale e nelle scelte complementari del Pdl e del Pd di Veltroni, l'anticipazione del presidenzialismo». Né «l'americanizzazione» come realtà attesa da quel processo d'anticipazione. Né, soggettivamente, l'insieme delle «scelte del Partito democratico». Ragione Bertinotti: «questi elementi ci sono tutti, sono reali e hanno agito. Ma tutti sono, per noi, solo delle concause. La sconfitta, che pure è segnata da questi, resta la nostra». Ossia: «L'alluvione c'è, ma perché ad esso non ha resistito l'argine, tanto più che si presentava come proiettato nella costruzione d'una nuova realtà?». Già, il "cammino" evocato per l'immediato indomani del voto. Che fine fa, ora, l'appello a costituire il passo ulteriore d'una "nuova sinistra"? La risposta di Bertinotti è, intanto, la convocazione d'una riflessione ineludibile: ancora, quella sulla sconfitta. «La sinistra non può pensare di riprendere il cammino senza rimuovere l'ostacolo». Quello costituito da questa esclusione, così storica. Subito, però, appare un'altra faccia della necessità: «Dicendo questo - è il corollario - diciamo che nemmeno si può rimuovere l'ostacolo senza riprendere il cammino». Senza volere, cioè, proseguire - nelle forme possibili e costituibili ora - il "viaggio" evocato nella stessa campagna elettorale. Quello verso la «ricostruzione, anzi di più la costruzione» d'una sinistra che «faccia i conti con tutto ciò che occorre mettere in discussione: forme d'organizzazione, linguaggi, culture politiche». Tutto ciò, aggiunge adesso Bertinotti, che evidentemente «ha a che fare con il piombo nella ali che si è rivelato nella sconfitta». Dunque è qui, la «drammatizzazione»: che insiste su un compito doppio. Prima di tutto, «avviare una riflessione di fondo su un intero ciclo storico della sinistra italiana come pure, però, sul tempo recente» - quello dell'esperienza della scommessa di governo e della sua implosione, tanto pagata nelle urne: perché "nessuno", si ripete Bertinotti, «aveva previsto una dimensione tale del possibile insuccesso». Insomma, «non abbiamo capito, quindi non capivamo più». La "nostra gente" e insieme la società italiana, è il sottinteso. Poi c'è l'altro corno della necessità e della scelta cui finalizzare la riflessione, anzi "alla cui luce" svolgerla: «realizzare il viaggio». Una «necessità etica oltre che politica», a questo punto, vista proprio la dimensione storica dell'esclusione. Una scelta, naturalmente: da misurare sulla restante, più larga, latitudine di quel che con queste elezioni è accaduto nella politica italiana. «Aveva ragione Giorgio Agamben» dice Bertinotti alludendo al discorso del filosofo sull'egemonia del «paradigma della governa mentalità» come coazione della politica: in termini concreti, «si è convinta la gente che si vota solo per il governo». Una prima volta che fa di questo voto «il primo post-repubblicano». In forza, certo, delle scelte in quella direzione fatte dal Pd. Ma qui c'è la "follia" soggettiva dell'evento-elezioni: «Veltroni ha puntato tutto sul voto utile e sulla sfida presidenzialista, riuscendo alla fine a prosciugare la sinistra ma senza sfondare minimamente a destra e nemmeno al centro». Questo dicono le cifre. E dicono d'uno «smottamento complessivo», testimoniato dal successo specifico «delle forche del Nord e di quelle del Sud», leggasi Lega e dipietrismo. Dunque, è confutata anche la strategia veltroniana, che pure tanto ha contribuito alla "svolta" storica del carattere politico di queste elezioni, che «mettono fuori la sinistra» e insieme pongono l'orizzonte della politica fuori dalla «fondazione costituzionale», da un quadro di democrazia parlamentare e da una ricchezza d'espressione della società italiana nella rappresentanza: fondamentalmente fuori da qualsiasi perdurare di speranze sulla capacità degli istituti democratici di misurarsi con istanze di cambiamento, persino di miglioramento (delle condizioni di vita). Ma quel fallimento avventuristico, per così dire, delle scelte del "loft" nulla toglie alla profondità del problema della sinistra, ora. Un problema che si è fatto materialmente esistenziale, almeno a riguardo del rapporto tra sinistra e politica. Un problema che solo uno "spirito costituente" può affrontare restituendone la necessità: fattasi appunto «molto più drammatica», dunque urgente, da ieri. «Io finisco qui», dice Bertinotti: ma intende qui come questo messaggio di scelta necessaria. Le cui forme, il cui grado di determinazione, la cui conduzione «da oggi sono affidate, davvero, ad un ricambio altrettanto necessario». Poi, si vedrà «chi ci sarà». L'ultima parola di Bertinotti è ovvia: «Io spero che ci siano tutte e tutti, che nessuno si sottragga». Perché la latitudine della sconfitta «riguarda il "noi" della sinistra politica che c'è e che siamo», ma soprattutto «riguarda l'esistenza stessa d'una sinistra italiana». Ed è al cospetto di questo problema, adesso spalancato, che sta la responsabilità di quel "noi": di non riguardarsi più per sé stesso, insomma. E di compiere in fondo la riflessione sulla sconfitta, cioè su di sé e sul proprio limite. Fin qui, Bertinotti: il resto, se ci sarà, sta a quel "è noi", pur che vada oltre sé stesso. Verso tutte e tutti quelli che si sentono riguardati da quella che, da ieri in Italia, è la «questione-sinistra».
15 Aprile 2008

Non ci fermiamo.

riceviamo e pubblichiamo
C’era stata, fino agli anni ‘60, un’Italia ufficiale bigotta, ottusa e ancora intimamente fascista della quale alla quale l'Irpinia e la sua auto-proclamatasi "classe dirigente" democristiana aveva risposto con una nugolo di mogul della politica, forti della loro presenza in parlamento. Poi venne l’Italia del potere consumista ed edonista, ed ancora qui lo scudo crociato assicurava di poter partecipare al mercato dell'angoscia, all'affannato bramoso ricorso all'avere, attraverso il posto fisso.

Primo insediarsi del cancro democristiano in provincia di Avellino. Inizia la dissociazione fra l’avvicendarsi di partiti, alleanze e governi –in Italia- e la forma immutata della vita del popolo delle nostre terre che si affida alla "classe dirigente" che siede a Roma.
L'Italia avanza, procede, migliora, si informa, soffre e combatte. Ma l'Irpinia se ne frega, cullata dai suoi "beniamini". Si adagia e si allontana dallo sviluppo e da un futuro ancora allora facilmente raddrizzabile.
L'opposizione , in nome di una irriducibile diversità culturale ma soprattutto di una concezione
della vita diversa, si affida ai rappresentanti politici del P.C.I che più che guardare alla nostra terra obbediscono alla struttura del partito. Una lotta egregia, che non posso e non voglio giudicare, ma purtroppo persa per tanti anni.

Oggi un torpore ha assopito il mio spirito. Oggi si è perso ancora. Ha vinto ancora l’Italia bigotta, ottusa e ancora intimamente fascista. Ha vinto ancora la speranza del posto tramite l’onorevole. Ha vinto ancora l’ignoranza di non voler capire che il PDL. darà l’Italia in mano ai signori del nord, o ai loro cugini siciliani. Ha vinto ancora la democrazia cristiana che con il suo colpo di coda ha dimostrato ancora nei nostri paesi di poter indirizzare il voto, di poter “avvisare” la gente che il voto “sbagliato” è un periglioso sbaglio.
Ma soprattutto ha vinto un voto di plastica, senza territorialità, mediato da televisioni. Un martellamento ossessivo, fatto di paure e promesse insidiate tra qualche spot e qualche culo abbronzato. Un voto di plastica, anzi di onde radio che ahimé è entrato così come in Irpinia, anche nelle case di tanti altri Italiani.

Ma soprattutto hanno perso i giovani, gli uomini e le donne, e i compagni di sempre che insieme come tanti gatti randagi hanno cercato di giorno e di notte nelle le piazze e nelle strade della nostra provincia di trovare un boccone sano tra tanta spazzatura.
Hanno perso i giovani, come Generoso Bruno, Francesco Pennella, Gennaro Imbriano, Maria Assunta Baronale, e tanti, tanti altri, ragazzi e ragazze che hanno cercato di fare, di parlare, di sperare che qui qualcosa si può ancora fare. Hanno perso, ma ci hanno fatto capire che questa è la classe dirigente, quella vera, quella sana e capace, che l’Irpinia merita. Non ci fermiamo, ancora e sempre in cammino per l’Irpinia e per gli Irpini.

Vittorio Grasso. Pensiero Salzese
http://www.freewebs.com/pensierosalzese/index.htm